🤟Tribe #15: a tu per tu con Sara Compagni

1. Ciao Sara, grazie per essere qui in Tribe by Kalemana oggi. Vorrei iniziare con una domanda personale: qual è stato, negli anni, il tuo rapporto con lo sport? E cosa rappresenta per te oggi?

“Il movimento è entrato nella mia vita molto presto nonostante venissi da una famiglia che lo sport non lo guardava nemmeno in televisione. Mi sono avvicinata alla danza e l’ho praticata tanto da farne la mia prima professione. La danza mi ha dato moltissimo, disciplina, consapevolezza del corpo, un senso di abitare lo spazio che non avrei trovato altrove. Ma ha anche complicato enormemente il rapporto con me stessa. Il mondo della danza ha delle dinamiche molto particolari sul corpo: come appare, quanto pesa, quanto è controllabile. E per molti anni il movimento è stato – come succede a molti – un mezzo per controllare il mio peso e il mio aspetto.

Poi è arrivato un infortunio severo. E paradossalmente quell’infortunio è stato il punto di svolta, mi ha costretta a fermarmi, a studiare il corpo da un’altra angolazione, e mi ha portata al lavoro che faccio oggi. E pian piano ho smesso di allenarmi contro me stessa e ho iniziato ad allenarmi con me stessa. Oggi il movimento è a tutti gli effetti la mia più grande risorsa: un modo di capire dove sto, per gestire lo stress, per esser presente. Oggi per me il movimento è uno strumento di conoscenza prima ancora che di performance”.

2. Guardando all’epoca odierna c’è da dire che (purtroppo) viviamo in un mondo sempre più sedentario, lavoriamo seduti, ci spostiamo seduti, ci rilassiamo seduti. Quanto sta cambiando, secondo te, il corpo delle persone in questi anni? E qual è il rischio più sottovalutato di questa sedentarietà diffusa?

“La sedentarietà viene definita oggi come una vera e propria epidemia e il termine non è esagerato. Infatti è il quarto fattore di rischio di mortalità globale, responsabile di circa 3 milioni di morti all’anno. Siamo talmente poco abituati a muoverci che consideriamo “da fissati“ allenarci trenta minuti al giorno, che è esattamente il minimo suggerito dalle linee guida internazionali. Il minimo. Non il traguardo.

I rischi più sottovalutati sono la perdita progressiva di massa muscolare che può iniziare già intorno ai 30 anni se non adeguatamente stimolata. E per quanto si pensi che il muscolo sia solo un elemento di vanità, in realtà si tratta di una vera e propria cassaforte per la nostra salute e per la nostra longevità. Il secondo grande rischio è neurologico: La sedentarietà riduce la neurogenesi ippocampale, l’ippocampo è una delle poche strutture cerebrali capaci di produrre nuovi neuroni, e l’esercizio fisico (specie quello aerobico) è uno dei suoi stimoli primari”.

3. Se dovessi parlare a qualcuno che ha completamente perso il contatto con il proprio corpo (non si muove da anni, non sa da dove iniziare, magari ha anche un po’ di paura) cosa gli diresti? Da dove si ricomincia?

“Da poche cose molto piccole. Questo è il punto su cui insisto di più, perché vedo continuamente lo stesso schema: le persone si avvicinano al movimento con programmi densissimi, obiettivi ambiziosi, aspettative altissime e due o tre settimane dopo si fermano. Oppure, non ci si avvicinano proprio perchè pensano di doversi esporre ad un impegno troppo oneroso che non fa per loro.

L’obiettivo iniziale non può essere la maratona. L’obiettivo iniziale deve essere la costruzione di una nuova, seppur microscopica, abitudine motoria. Creare una nuova abitudine richiede molto tempo e anche la capacità di mettere in fila scelte sostenibili nel tempo quindi all’inizio anche una camminata, le scale al posto dell’ascensore, un po’ di mobilità appena svegli può essere sufficiente. Non perché sia abbastanza per sempre, ma perché è abbastanza per adesso”.

4. “Ascoltare il proprio corpo” è diventata quasi una formula di rito nel wellness moderno. In base alla tua esperienza cosa vuol dire ascoltare il proprio corpo? E in che modo i nostri lettori possono metterlo in pratica?

“È una frase che nel wellness contemporaneo ha perso quasi tutto il suo peso. “Ascolta il tuo corpo” è diventato spesso un modo elegante per dire: se non hai voglia, non farlo.

Ascoltare il corpo per me vuol dire sviluppare un’effettiva capacità di lettura: saper distinguere i vari segnali come la stanchezza fisica dalla stanchezza mentale, l’effettivo bisogno di riposo dal finto segnale indotto dall’inattività. Una frase che dico sempre e che è molto vicina al mondo della meditazione è che “non tutti i pensieri ci servono” e imparare che possiamo anche non dar retta a tutti i pensieri è un buon modo per iniziare a capire cosa ci possa far bene davvero. Un modo concreto per iniziare che consiglio è di sforzarsi ad iniziare a muoversi anche quando non si ha voglia, anche solo per 5 minuti e dopo 5 minuti chiedersi se è il caso di fermarsi o se eeffettivamente si inizia a sentirsi più energici e più sciolti. Se ci si sente ancora affaticati, meglio smettere senza sentirsi in colpa, se invece si percepisce un principio di sollievo, continuare. Sperimentando sensazioni in contrasto a quelle che ci dice la mente – ossia di riposare sempre e comunque – sviluppiamo autoefficacia, uno degli strumenti più potenti per la nostra autostima e per avvicinarci sempre di più a ciò che ci fa stare bene”.

5. C’è ancora molta gente che associa il movimento quasi esclusivamente al corpo fisico, dimagrire, tonificare, stare in forma. Ma il legame tra movimento e salute mentale è qualcosa che stai vedendo crescere anche nella consapevolezza delle persone che segui? Quanto conta, nel tuo lavoro, questa dimensione?

“Siamo ancora molto lontani dal concepire il movimento come protezione attiva per la salute mentale. Eppure le pubblicazioni scientifiche ci sono, sono solide, e i dati su depressione, ansia, ADHD, declino cognitivo sono inequivocabili. Il problema è culturale: siamo abituati a curare la mente attraverso la mente: terapia, meditazione, riflessione. Ed è corretto, per carità. Ma il corpo può essere un alleato enorme: un canale di accesso alla salute mentale diretto, immediato e meno verbale.

Quello che vedo nelle donne che seguono i nostri percorsi è questo: Arrivano perché vogliono cambiare qualcosa di fisico, e dopo qualche mese si rendono conto che l’ansia è ridotta, il sonno migliorato, l’umore è più stabile. Il movimento è uno strumento che espande le nostre prestazioni mentali e la nostra capacità di relazione. Portare questa consapevolezza fuori dai paper scientifici e dentro la vita quotidiana delle persone è esattamente il cuore del mio lavoro”.

6. Quest’anno sarai con noi al Kalemana Festival (ne siamo felicissimi) ti va di fare un piccolo spoiler alle persone che saranno in spiaggia? Cosa possono aspettarsi in due parole?

“Porterò qualcosa che mi rappresenta molto: un mix di esercizi ad alta intensità e di controllo motorio. Due cose che sembrano opposte e invece si completano perfettamente: una ti permette di sfogarti, di scaricare, di sentirti viva nel corpo, l’altra ti aiuta a centrarti. L’idea è di creare un’esperienza che sia sia liberatoria che radicante. In un contesto come Kalemana poi, sarà ancor più potente”.

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