1) Innanzitutto grazie per essere qui oggi in questa nuova edizione di Tribe. Vorrei partire dall’inizio chiedendoti come ti sei avvicinato alla Medicina Ayurvedica. C’è stato un momento particolare o un incontro che ti ha portato a guardare alla salute da una prospettiva diversa rispetto a quella occidentale?
“La motivazione, come molti già sanno, ha origini personali: a 16 anni ho iniziato a soffrire di anemia che progressivamente è andata peggiorando fino a trasformarsi, a 23 anni e mezzo, in un sospetto di leucemia.
Per farla breve, un libro ed alcuni importanti incontri, prima in Italia con un ex campione di calcio (che praticava yoga) e una maestra di yoga, poi in Svizzera con grandi maestri come Muktananda, Satyananda, Satchidanada, Chidananda, Gerard Blitz e molti altri, sono entrato in questo mondo.
Già nello yoga, tuttavia, avevo trovato il giusto indirizzo per correggere la mia precaria salute fisica attraverso un’alimentazione e uno stile di vita corretto; attraverso la riorganizzazione e l’educazione della mia mente; attraverso la via per il ritrovamento della natura “essenziale” o spirituale, il Sé, dove trova fondamento l’intera manifestazione.
Bisogna sempre tener presente che la parola salute in sanscrito è “svastha”, sulla quale, dobbiamo meditare perché significa essere nel proprio Sé, ovvero, ha accesso al proprio sé solo chi è in perfetta salute…non si può certo meditare con il mal di testa o se si soffre di un qualsiasi dolore…
Alcuni anni dopo, poi, ho avuto il piacere di incontrare il Professor Ranade, l’allora direttore dell’Università di Pune, che considero il mio primo insegnante di Ayurveda, il quale, durante una conferenza basilare era riuscito a farmi tanto emozionare mentre descriveva i principi così giusti, semplici e naturali di questa eterna scienza della vita”.
2) Se dovessi spiegare l’Ayurveda a chi non ne ha mai sentito parlare, senza usare termini complessi, come la racconteresti?
“La definirei la più antica naturopatia del mondo.
Innanzitutto dobbiamo comprendere che è la presenza della diversità, una delle qualità a mio avviso più speciali e intriganti della manifestazione, che ci ha portato a fornire permanentemente nei secoli interpretazioni diverse di uno stesso oggetto, quindi anche della stessa natura, a cui del resto si ispirano tutte le medicine.
Tecnicamente questo fenomeno è facile da spiegare: immagina che una decina di persone oneste e sincere si siedano formando un cerchio al centro del quale poniamo un oggetto e chiediamo loro di descriverlo con precisione. Ti posso assicurare che avremmo dieci descrizioni diverse…così è anche per le medicine che al centro delle loro osservazioni hanno posto la natura.
Ciò che è certo che qualsiasi interpretazione però è in grado di portarci all’oggetto, per conseguenza, ritengo che tutte le medicine siano giuste nella loro diversità.
Ora, però, per comprendere meglio i fondamenti dell’ayurveda, prendiamo in considerazione l’aspetto più significativo e diverso rispetto alle interpretazioni materialiste che oggi vanno per la maggiore.
In maniera assai sintetica posso affermare che gli antichi veggenti di questa scienza, innanzitutto, decretarono che la vita deriva dalla presenza di una parte fisico-materiale e di una parte non fisica materiale, come del resto più tardi ha affermato anche Ippocrate, dichiarando, in una lingua diversa, che la vita è psicosomatica.
Questa intuizione rende questa “disciplina” diversa, ad esempio, dalla medicina moderna, alla quale basta che le analisi cliniche siano a posto per dichiarare sana una persona, mentre per l’ayurveda, una persona, per essere dichiarata sana, deve avere anche gioia nell’anima, nei sensi e nella mente.
In secondo luogo è l’identificazione di tre principi naturali e biologici a renderla tipica. Questi principi li troviamo già nella respirazione: un principio di assimilazione, presente nell’inspirazione, che chiamiamo Kapha; un principio di metabolizzazione intelligente e discriminativo, presente nella pausa della respirazione, che chiamiamo Pitta e infine, un principio di moto e di eliminazione, presente nell’espirazione, che chiamiamo Vata.
Dal corretto equilibrio e gestione di questi tre principi, appartenenti all’universale natura, dipende la nostra condizione, anche di salute”.
3) Spesso l’Ayurveda viene percepita come qualcosa di “antico” o distante dal mondo moderno. In che modo invece può essere incredibilmente attuale per chi vive oggi tra stress, iperstimolazione e poco ascolto di sé?
“L’ayurveda è effettivamente molto antica ma non è affatto distante dal mondo moderno in quanto gli eterni principi che regolano la natura sono da sempre gli stessi. È la condizione in cui si viene a trovare oggi l’uomo che può essere diversa poiché dipendente dalle sue scelte giuste o sbagliate che siano, rispetto alla salute.
Personalmente ritengo che il malessere di oggi dipenda da una errata valutazione che l’uomo ha fatto in passato quando ha scelto la quantità al posto della qualità, generando così, uno stile di vita che lo ha allontanato dalla salute, dando luogo a tanti moderni disturbi come l’ansia, il panico, lo stress, ecc. che non sono certamente il terreno fertile per andare a conoscere la sua parte non fisica.
In queste condizioni, inoltre, rischia di perdere la conoscenza del cinquanta per cento della sua costituzione, la parte non fisica che, con un po’ di coraggio, potremmo definire spirituale, senza sconfinare, naturalmente, in espressioni religiose, in quanto, la spiritualità naturale è laica”.
4) Uno dei pilastri dell’Ayurveda è l’idea che non esista una soluzione valida per tutti, ma che ogni corpo vada in qualche modo ascoltato. Cosa significa davvero prendersi cura di sé in modo personalizzato, secondo questa visione?
“Come ho già detto, rispondendo alla seconda domanda, la presenza della diversità è, a mio avviso, una delle più belle e intriganti qualità della manifestazione e spesso, grazie alla sua presenza, ci sentiamo autorizzati a pensare che la natura sia infinita.
Alcune volte mi sono trovato a seguire lezioni di astronomia e ad osservare il cosmo da un cannocchiale. Spesso incoraggio le persone a farlo, almeno una volta nella vita, perché è un’emozione grandissima che, tra l’altro, può indurre il ritrovamento di quella giusta qualità che dovrebbe accompagnare l’esistenza di ognuno: l’umiltà.
In seguito alla presa di coscienza della presenza della diversità è chiaro che non si possano fare protocolli per il ritrovamento della salute: ogni soggetto è unico, irripetibile e merita una specifica osservazione.
Il prendersi cura di sé, invece, implica un risveglio, che chiamiamo risveglio dello spettatore o risveglio della consapevolezza, la quale, con la sua presenza, può guidare in modo migliore la nostra esistenza verso la qualità”.
5) Dal tuo punto di vista, qual è l’errore più comune che facciamo quando parliamo di benessere e salute? E cosa invece l’Ayurveda ci invita a rimettere al centro?
“Il percorso è chiaro e già presente nel significato della parola salute in sanscrito Svastha che letteralmente significa essere stabili nel proprio Sé, conoscenza che manca all’uomo di questa epoca per essersi identificato solo nella sua realtà fisica materiale, tuttavia, per ottenere conoscenza e stabilità nel proprio Sé, bisogna prima aver risolto le problematiche fisiche, emozionali, mentali spirituali come ben descrive nella sua definizione di salute Sushruta, un grande saggio e antico chirurgo ayurvedico, che qui riporto in lingua originale ma che poi traduco:
sama doṣāḥ samāgniś ca sama dhātu mala kriyāḥ // prasannātmendriya manāḥ svastha ityabhidhīyate (Suśruta saṃithā, 15.38)
possiamo considerare sano colui che ha in condizione “sama” (equilibrio) le tre energie biologiche Vata, Pitta, Kapha; che ha anche il fuoco in equilibrio, i tessuti anch’essi in condizione ottimale, che ha la capacità di espellere le tossine e gli scarti del corpo ed ha gioia nell’anima nei sensi e nella mente.
Concludo questa riflessione, dunque, affermando con coraggio che le discipline come lo yoga e l’ayurveda sono forse quelle più adatte per ritrovare queste condizioni indicate da Sushruta: ritrovo maggiormente l’ayurveda, nella parte relativa alla prima riga di questa dichiarazione mentre lo yoga, con il ritrovamento della gioia nell’anima nei sensi e nella mente, è più presente nella seconda riga”.
6) C’è una pratica, un piccolo rituale o un cambio di prospettiva ayurvedico che, se applicato con costanza, può davvero fare una grande differenza nella vita quotidiana delle persone?
“Se c’è qualcosa di pratico e facile che amo consigliare, con semplicità e umiltà, ad ogni persona che desideri incamminarsi sulla via della salute è di dare le seguenti cinque raccomandazioni:
1) Addormentati con un pensiero positivo
2) Svegliati con un pensiero di ringraziamento
3) Bevi, a digiuno, appena sveglio due bicchieri di acqua tiepido/calda bollita
4) Non bere mai prima di mangiare
5) Mastica di più
Sarò ben felice di spiegare le ragioni di questi consigli, oltre naturalmente di fornire tante altre indicazioni, durante il Kalemana Retreat”.
7) Chiudiamo con un piccolo spoiler.
Cosa possiamo aspettarci dal tuo talk al Kalemana Retreat? Puoi dare qualche piccola anticipazione alle persone che verranno (o che magari sono ancora indecise)?
“Siccome uno dei segreti per vivere felici è apprendere come utilizzare correttamente i doni che la natura ci mette a disposizione, durante questo Retreat, attraverso dialogo e ricerche interattive, proveremo insieme a comprendere come usare correttamente molte cose come ad esempio il respiro, l’alimentazione, le emozioni, la mente o anche come attraverso, un comportamento adeguato, poter ottenere salute, calma, lucidità, capacità di concentrazione”.

