🤟Tribe #15: a tu per tu con Chiara Tomasi

1) Partiamo dall’inizio: leggendo la tua bio mi ha fatto molto sorridere il fatto che fin da piccola dipingevi le mura di casa (e che i tuoi per ovvie ragioni non erano proprio contenti di questo 😂). Che ricordo hai delle tue prime espressioni artistiche anche in età più avanzata?

“Se torno indietro con la memoria, le prime immagini che affiorano sono  sempre legate al colore. Fin da piccolissima sentivo un’urgenza profonda di scoprire, di sperimentare, di trovare strade alternative per dare forma a emozioni e sentimenti che non riuscivo a spiegare a parole. I muri di casa diventavano così il mio primo spazio di libertà: non semplici superfici da colorare, ma luoghi da abitare. 

Dipingerli era il mio modo di costruire un ambiente che fosse davvero mio, creato da me per me, uno specchio silenzioso di ciò che ero.

Disegnare o inventare qualcosa con le mani mi permetteva di restare nel presente, anche quando quel presente non coincideva del tutto con la realtà in cui vivevo. A volte era un mondo immaginario, sospeso, in cui ciò che stavo creando prendeva vita e mi restituiva un senso di appartenenza. Era lì che mi sentivo al sicuro, lì che riuscivo ad ascoltarmi.

Oggi, a distanza di anni, mi accorgo che il mio rapporto con l’arte non è cambiato. Non è mai stata una fuga, ma un ritorno. Un modo per ritrovarmi, per capirmi, per entrare in un tempo personale e unico che va oltre lo spazio e le definizioni.

Col tempo l’arte mi ha insegnato anche a osare. Perché imparare a non avere paura della tela bianca significa allenarsi ad accogliere l’incertezza, a fidarsi di ciò che ancora non si vede. E forse è proprio questo l’insegnamento più grande che porto con me, dentro e fuori dall’arte”.

2) C’è una frase che mi ha colpito: “l’arte non serve solo a decorare, serve a rivelare”. Cosa rivela di solito? E cosa succede nelle persone quando si trovano davanti a qualcosa che non si aspettavano di vedere, soprattutto in loro stesse?

“Penso che l’arte stia alle persone come le note musicali ai cantanti o le parole ai poeti: è un linguaggio. Un mezzo per esprimersi, ma anche per capirsi e conoscersi. Fare arte, che non significa solo dipingere, ma anche costruire, performare, sperimentare, porta inevitabilmente a misurarsi con se stessi.

Nel processo emergono domande semplici e allo stesso tempo scomode: riesco a fare questa cosa? Ho il coraggio di provare senza avere il controllo del risultato? Posso permettermi di sbagliare senza sentirmi inadeguata? Sono disposta a mostrare qualcosa che nasce da una parte intima di me, sapendo che non tutti lo capiranno?

L’arte mette alla prova perché costringe a scavare. E se si vuole davvero esprimere un sentimento, bisogna prima conoscerlo a fondo, attraversarlo, guardarlo anche quando è scomodo. Per questo credo che l’arte non riveli semplicemente ciò che facciamo, ma chi siamo.

Nel lavoro con le persone mi capita spesso di vederle uscire sorprese da se stesse. Non perché abbiano scoperto qualcosa di totalmente nuovo, ma perché hanno finalmente dato spazio a parti interiori che conoscevano già, ma che avevano sempre evitato o sottovalutato. In questo senso l’arte è come una lanterna: illumina angoli rimasti a lungo in ombra.

All’inizio questa rivelazione può spiazzare, a volte persino mettere a disagio. 

Non tutti sono pronti a guardare ciò che emerge, e va bene anche questo. Ma quando l’esperienza viene accolta e coltivata nel tempo, diventa trasformativa: le persone iniziano a conoscersi con più onestà, a capirsi meglio, e da lì a vivere con maggiore consapevolezza”.

3) Il colore potremmo dire che è quasi un linguaggio alternativo alle parole. Ci sono emozioni che il colore riesce a dire meglio di qualsiasi frase? E tu, personalmente, hai un colore in cui ti riconosci di più?

“Il colore, per me, è un linguaggio ancora più istintivo delle parole. Le parole passano inevitabilmente dalla testa: dalla grammatica, dal modo in cui verranno interpretate, dalla paura di essere fraintese. Il colore, invece, se lo si lascia fare, è direttamente collegato alle emozioni. Esce senza filtri.

Può essere steso sulla tela seguendo una musica, un ritmo interiore, senza preoccuparsi che qualcuno capisca o approvi.

Forse non ci sono emozioni che il colore riesce a dire meglio di qualsiasi frase, ma il colore è ciò che più si avvicina a ciò che sentiamo prima che venga tradotto. Senza barriere linguistiche, senza spiegazioni. Per questo è universale: attraversa culture, età, storie diverse.

Non ho un unico colore in cui mi riconosco. Ogni mattina, quando sono ancora a letto, mi chiedo: “di che colore sono oggi?”.

Azzurra, come un cielo primaverile in alta montagna, leggero e aperto?

Oppure grigia, come una giornata d’inverno, con il desiderio di stare al caldo in un luogo accogliente?

Fortunatamente ogni giorno il colore cambia. E ne sono felice. Perché non credo nelle identità rigide: le sfaccettature della nostra anima sono molte, e sarebbe un peccato viverne solo una”.

4) Nei tuoi laboratori accompagni le persone a sciogliere blocchi, a ritrovarsi, ad esprimere loro stesse. Hai un ricordo di una persona (senza fare nomi) in cui hai visto succedere qualcosa di inaspettato? Uno di quei momenti che ti ha dato consapevolezza dell’impatto che può avere questa attività?

“Ricordo una persona, anni fa, che sentiva il bisogno costante di tenere tutto sotto controllo. Aveva paura di sbagliare, di deludere gli altri, di esporsi per ciò che era davvero. L’arte, all’inizio, la spaventava più che attrarla: c’era la paura della prestazione, del risultato “sbagliato”, del giudizio. Ogni gesto sembrava dover essere giustificato.

Piano piano, però, attraverso il fare, qualcosa ha iniziato a sciogliersi. 

Sperimentando, mettendosi in gioco, ha cominciato a capire che non c’era nulla di sbagliato nel cercare un proprio modo di esprimersi. Che forse non era così importante essere giudicata strana o “un tipo particolare”. Che ritrovarsi contava più che aderire a canoni imposti da non si sa bene chi.

L’arte le ha insegnato che si può provare, che si può sbagliare, che il risultato può essere diverso da quello immaginato.

Che si può ricominciare, correggere in corsa, cambiare idea. Che anche l’idea iniziale non è una gabbia, ma un punto di partenza.

Quella persona ero io. E questa esperienza, oggi, la rivedo riflessa in tante persone che arrivano nei miei laboratori dicendo: “mi piacerebbe disegnare, ma sono negato”. È lì che capisco davvero l’impatto di questo lavoro: quando

qualcuno smette di giudicarsi prima ancora di iniziare”.

5) Immagino che molte persone arrivino convinte di “non saper disegnare” o che “non faccia per loro” Come lavori con questa resistenza? È un blocco creativo o c’è qualcos’altro sotto?

“Molte persone arrivano convinte di “non saper disegnare” o che l’arte “non faccia per loro”. È una reazione normale, soprattutto perché l’arte vera ti mette in contatto con le emozioni, e a volte è più semplice restare in superficie. Non

esistono veri blocchi creativi: c’è solo paura. Paura del giudizio, paura di sbagliare, paura di deludere. 

Non disegnare secondo standard non significa non saperlo fare: ciascuno ha il proprio modo di esprimersi.

Per superare questa resistenza, mi affido a ciò che chiamo l’uso “libero del colore”. Non copiamo figure, non seguiamo modelli: il colore diventa puro veicolo di ciò che si sente. Lavoro con tecniche di visualizzazione, con il respiro, con la musica, per aiutare le persone a entrare in contatto con se stesse. 

Quando questo accade, le mani iniziano a muoversi da sole, e dipingere diventa una gioia spontanea, un’espressione universale che supera giudizi e paure”.

6) Al Kalemana Retreat porterai un laboratorio molto speciale. Ti andrebbe di fare un piccolo spoiler a chi parteciperà al Retreat? Cosa possono aspettarsi di portare a casa?

“Al Kalemana Retreat il Soul Flow sarà un’esperienza di connessione profonda con la propria identità e le proprie radici. Sarà un laboratorio in cui colore, frequenze sonore ed emozioni si intrecciano, e in cui ciascuno potrà esprimere chi è davvero, lasciando fluire le emozioni senza filtri, belle o difficili che siano.

Non sarà una lezione d’arte tradizionale: seguiremo il flusso delle emozioni, usando il colore come una sinfonia che ci accompagna a capire non solo dove siamo, ma anche dove desideriamo andare nella vita.

Ciò che spero che i partecipanti porteranno a casa è soprattutto un momento di gioia e leggerezza: la sensazione che va bene così, che non c’è bisogno di essere perfetti. Un’esperienza che ricordi quanto sia bello essere se stessi, lasciarsi andare e dare forma alla parte più vera e sincera di noi”.

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