Tribe #4: a tu per tu con Marco Migliavacca

1. Ciao Marco e grazie di cuore per essere qui, oggi parleremo di medicina tradizionale cinese.
Vorrei iniziare chiedendoti: la medicina cinese ha una visione del corpo e dell’energia molto diversa da quella occidentale. Cosa ti ha affascinato nello specifico di questa antica arte quando l’hai incontrata per la prima volta?

“Anni fa, leggendo un testo divulgativo sul taoismo e la medicina cinese, mi imbattei in un’affermazione che recitava più o meno così: L’antica questione su cosa venga prima, l’uovo o la gallina, nella filosofia cinese è superata attraverso l’accettazione che entrambi sono agenti inseparabili nel processo della creazione.

Wow! Questa fu la mia reazione nel leggere che qualcuno aveva formulato una risposta tanto semplice quanto dirompente: non scegliere tra l’uno o l’altro, ma andare oltre il bisogno di contrapporli, spostando lo sguardo dal risultato al processo. Un invito a cambiare prospettiva.

La filosofia orientale, e in particolare il taoismo, si fonda su una visione ciclica e interconnessa della vita: ogni cosa si manifesta all’interno dei ritmi della natura, e in questa matrice tutto è collegato, tutto dialoga, tutto si trasforma costantemente.

L’essere umano non è separato dalla Natura, perché è Natura stessa in forma umana. Nel taoismo, la solita metafora del corpo come macchina (che ci viene proposta fin da piccoli, a scuola, nei libri, nei discorsi) viene sostituita da un’immagine più viva, più organica: quella del corpo come giardino. E come in un giardino, anche nel corpo si muovono processi, cicli, relazioni e mutua assistenza. 

Nulla vive per conto proprio, un corpo non vive mai indipendente da ciò che lo fa vivere, tutto partecipa. È un insieme di relazioni che funziona solo quando l’intero sistema è in equilibrio, come una sinfonia.

Perché un giardino sia sano, servono una buona terra, acqua, la giusta esposizione al sole, la corretta temperatura per ogni pianta, api per impollinare, uccelli, farfalle, vermi… e così via.

Il principio dell’armonia si fonda proprio su questo: sull’interdipendenza e sull’equilibrio tra tutte le parti, dalle galassie alle cellule. Vale per l’universo intero: perché non dovrebbe valere anche per noi?

Ecco, è questo sguardo sul mondo come rete di relazioni necessarie e vitali per la vita del singolo e per quella della collettività che mi ha profondamente affascinato”.

2. Il concetto di prevenzione è centrale nella medicina cinese: si interviene prima che il disagio diventi malattia. Secondo te, qual è l’atteggiamento giusto da coltivare ogni giorno per prenderci cura del nostro benessere in anticipo e non solo quando qualcosa non va?

“Il concetto di prevenzione è presente in tutte le medicine tradizionali: dall’Ayurveda al Taoismo, dalle conoscenze dei popoli nativi americani alla medicina mediterranea delle nostre radici.

Prima di continuare, ci tengo a precisarlo: non c’è contrapposizione tra le medicine tradizionali e la medicina allopatica. Al contrario, possono dialogare, completarsi, affiancarsi senza escludersi.

Riconoscere il valore di entrambe significa avere più strumenti a disposizione, non meno.

Del resto, nell’antica Grecia di Ippocrate, come in molte tradizioni e culture, mistica, filosofia e scienza si fondevano in un’unica visione della vita.

Purtroppo, come società, ci siamo progressivamente abituati a cercare un nemico e non solo in medicina: stanare il male, isolarlo, combatterlo è diventato un paradigma.

Ma troppo spesso, nel fare questo, abbiamo dimenticato qualcosa di essenziale: prima di combattere il male, potremmo (e forse dovremmo) imparare di nuovo a coltivare il bene.

Coltivarlo nel modo in cui mangiamo, nel modo in cui pensiamo, e nel modo in cui ci relazioniamo agli altri.

Con costanza, con cura, con presenza… questo è il senso della prevenzione per me.

Questo non ci libererà dalla malattia, né dalla sofferenza in quanto entrambe, da sempre, fanno parte della condizione umana. Né ci eviterà di ricorrere alle medicine, quando necessario.

Ma può offrirci una diversa postura interiore: un modo più consapevole di prenderci responsabilità di noi stessi, delle nostre relazioni, e del mondo che condividiamo.

Ecco, forse è proprio da qui che possiamo ripartire. Da un atteggiamento di cura, verso noi stessi, verso le altre persone e l’intero mondo che ci circonda”.

3. L’equilibrio è uno dei principi cardine di questa antica arte. Ma cosa significa davvero essere “in equilibrio”? E come ce ne accorgiamo quando lo perdiamo?

“Pensa a un’orchestra: ogni singolo strumento deve essere ben accordato perché l’armonia possa compiersi. E siamo tutti in grado di accorgerci quando uno strumento è dissonante.

Allo stesso modo, possiamo riconoscere quando qualcosa in noi non è in equilibrio. Il corpo ci parla attraverso segnali precisi, a volte evidenti, altre più sottili, ma non solo.

Oggi, più di ieri, grazie anche a internet, abbiamo accesso a conoscenze e risorse che un tempo erano frammentarie o difficili da raggiungere. Possiamo informarci, approfondire, scegliere consapevolmente come prenderci cura di noi: con gesti semplici, quotidiani, ma non per questo meno efficaci.

La prima cosa da fare, allora, è proprio questa: prenderci cura dello strumento corpo, mente, respiro e mantenerlo accordato.

Il segreto sta nella costanza, nei piccoli rituali che danno forma al tempo.

E poi, nel riconoscere quegli automatismi che, spesso senza che ce ne accorgiamo, ci portano a reiterare gli stessi schemi, producendo sempre lo stesso risultato.

La chiave è la consapevolezza: osservare la ripetizione, abitarla, trasformarla in possibilità. Non esiste scorciatoia: è nella dedizione al gesto quotidiano che troviamo sicurezza nel corpo e solo così possiamo davvero suonare in armonia con tutta l’orchestra.

4. Ci sono pratiche semplici, magari quotidiane, ispirate alla medicina cinese, che tutti potremmo introdurre nella nostra giornata per stare meglio?

“Il Taoismo e la medicina cinese ci invitano a incarnare e ad abitare il corpo pienamente.

Anche lo yoga (lo sappiamo, la parola stessa significa “unione”) ci propone di vivere con consapevolezza la relazione tra corpo, mente e respiro.

Il respiro, infatti, è il ponte: la soglia viva e costante tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo.

Eppure, nella ricerca di questa unione, rischiamo spesso di dimenticarci cosa significhi, in termini concreti, praticarla davvero.

Posto che nulla è mai del tutto separato, finiamo per trascurare il fatto che siamo simultaneamente molte dimensioni in una.

Ti rispondo con una domanda semplice: hai mai provato a lavarti i denti con l’altra mano? Quella che non usi mai?

E com’è andata?

Credo che il punto sia esattamente questo: non restare intrappolati nello stesso punto di vista, non ripetere sempre lo stesso gesto, non chiudersi in una sola modalità.

Allenarci, invece, a diventare abili con la destra quanto con la sinistra.

A guardare avanti senza dimenticare ciò che ci ha portati fin qui.

A rivolgerci all’interno senza perdere contatto con ciò che accade fuori.

Se fai il cane a testa in giù con le gambe tese, prova a piegarle.

E se sei abituato a piegarle, prova a distenderle.

Se esiste una possibilità, perché non contemplarla?

Forse è proprio da qui che comincia il senso dell’unione: dalla disponibilità a sperimentare, a cambiare punto di vista, a includere nuove forme.

Come dice Nevine, la mia insegnante: “If you want anything, do everything”.

5. Ogni stagione, in medicina cinese, ha un’energia specifica e si riflette su emozioni e organi del nostro corpo. Perché è così importante imparare a leggere questi segnali? E come possiamo ascoltarci davvero, anche quando il mondo ci chiede di andare sempre alla stessa velocità?

“Possiamo guardare a ogni stagione come a un racconto che si dispiega: cicli che si ripetono e che, in fondo, ci offrono anche uno sguardo sul futuro.

Perché sappiamo che dopo ogni inverno arriva una primavera e, se restiamo in ascolto, possiamo imparare a prepararci a ciò che verrà.

La semina, la fioritura, la maturazione, il raccolto e, infine, il riposo della terra sono una metafora perfetta per imparare ad allinearci al ritmo delle stagioni e attraversarle in armonia, accogliendo i frutti che la terra ci offre in ogni fase.

Non dimentichiamolo: siamo in relazione con il mondo, e spesso ciò che la terra produce è proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

Naturalmente, esistono anche le stagioni personali.

Semina, fioritura, maturazione, raccolto e riposo sono anche l’inizio, lo sviluppo, il compimento, la realizzazione e la chiusura di un ciclo: che si tratti di un progetto, di una relazione o di una fase della vita.

E se non saltiamo i passaggi, se li attraversiamo con consapevolezza, possiamo riconoscere dove siamo e onorare la “stagione” che stiamo vivendo, sia quella della natura universale, sia quella più intima e individuale.

Così possiamo allinearci ai ritmi del mondo, rispettando i nostri, e riscrivere, momento dopo momento, la nostra narrazione”.

6. Tu sei un’insegnante di yoga e studi medicina cinese: questi due mondi in che modo si legano e quanto uno ha beneficiato sull’altro nella tua carriera ed esperienza professionale?

“Penso che lo yoga appartenga all’umanità intera, e che si nutra, da sempre, di interrogativi, intuizioni, tecniche e visioni che l’essere umano ha saputo coltivare nel tempo, attraverso culture, epoche e tradizioni.

Uno strumento vivo, che nasce dal desiderio di comprendere il mistero, la conoscenza e il nostro posto nella natura.

Il fondo panpsichico e naturalista del Taoismo, in questo senso, non è soltanto un invito a riconoscerci come Natura in forma umana, ma anche a percepire lo spirito che anima ogni cosa.

È una forma di pensiero ecologico, essenziale, che ci restituisce il senso di un equilibrio costante tra le polarità in cui siamo immersə: l’alto e il basso, il caldo e il freddo, il giorno e la notte, l’inspiro e l’espiro.

L’invito non è a scegliere un polo o l’altro, bensì a trovare il centro, la nostra misura. Mediare e riconciliare le polarità: questa è la pratica costante e senza fine.

Non polarizzarci, ma fare da ponte: tra la terra e il cielo, tra la destra e la sinistra, tra il passato e il futuro per ritrovarci nel solo tempo reale che ci è dato vivere, il presente.

Per me, lo yoga è questo: prendersi la responsabilità di sé. Delle proprie azioni, dei propri pensieri, del modo in cui si sta al mondo.

E il Taoismo è uno sguardo sul mondo che non ci chiede di credere, ma di osservare. Osservare per comprendere dove siamo e, forse, per trovare il nostro posto nel mondo o, più precisamente, per armonizzarci alla grande corrente: il Tao”.

7. Ti va di fare a tutti i lettori di Tribe by Kalemana un piccolo spoiler sulla pratica che svolgeremo insieme al Festival?

“La pratica che porterò a Kalemana sarà una pratica “quieta”, diciamo così, per offrirvi un indizio senza svelare troppo.

Ad accompagnarla ci sarà una presenza per me molto speciale: un’amica, un’insegnante… o forse sarebbe più giusto dire una guida spirituale.

È stata lei, anni fa, ad accompagnarmi in India, mostrandomi un’India che non avevo mai vissuto. Un’India fatta di silenzi, di canti, di piccoli gesti pieni di significato. Durante quel viaggio ho incontrato uno dei cammini dello yoga che più mi hanno toccato: il bhakti.

Un cammino che porto ancora con me.

Non vi preoccupate: praticheremo.

Ma con un pizzico di magia in più”.

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