Tribe #2: a tu per tu con Shiva Rea

1) ⁠Ciao Shiva grazie per la tua disponibilità. Oggi parleremo di come yoga e festival possano formare insieme un connubio praticamente perfetto. Quindi per prima cosa vorrei chiederti: nel corso degli anni, lo yoga è sempre stato associato a studi silenziosi e ritiri isolati. Tu hai scelto di portarlo nei festival, tra musica, movimento ed energia collettiva. Cosa ti ha ispirato a farlo?


“Inizio con un po’ di background su di me. Ho iniziato a studiare yoga a 14 anni, spinta dalla curiosità di scoprire di più sul mio nome, quello che mio padre mi ha dato alla nascita. Sono sempre stata affascinata dalla figura di Shiva, sia come primo maestro dello Yoga che come incarnazione della danza della vita.

A 17 anni, mentre facevo volontariato in Africa orientale, sono entrata a far parte di un gruppo di danza femminile e questo mi ha portata a scoprire un ambito unico: l’Antropologia della Danza, che poi ho approfondito nel programma di Arti e Cultura del Mondo all’UCLA.
Ho conseguito la laurea e il master in questo settore, studiando anche per un anno all’Università di Delhi.

Durante quel periodo, ho vissuto un’esperienza completamente diversa rispetto all’idea di yoga che si ha in Occidente. L’ho visto integrato con la musica, la danza, il canto e i festival culturali. In effetti, sto facendo questa intervista alla fine di un viaggio di 40 giorni in India, un percorso che porto avanti da 25 anni, tornando spesso a studiare qui anche due volte l’anno.
Per me è stato un viaggio nel vero senso della parola: riportare questa integrazione tra arti yogiche e un approccio corporale, che spesso manca in chi si concentra solo sugli aspetti strutturali delle asana. In India, la maggior parte delle immagini del divino sono rappresentate mentre danzano e le arti sono una parte integrante dello yoga.

Recentemente ho insegnato all’International Yoga Festival a Rishikesh e ho amato praticare con indiani e persone da tutto il mondo, sperimentando quanto la musica e le forme di movimento Kriya siano profondamente radicate nella tradizione yogica”.



2) ⁠Qual è stata la sfida più grande nel portare lo yoga in questi contesti? Hai incontrato difficoltà o resistenze da parte dei “puristi” della disciplina?


Insegno yoga da 30 anni, dal 1990, viaggiando in tutto il mondo. Sembra incredibile, ma all’epoca non c’erano abbastanza insegnanti di yoga, quindi ho iniziato a insegnare a 23 anni su richiesta del mio studio, che aveva bisogno di qualcuno per coprire le lezioni. In questi anni ho visto il mondo dello yoga cambiare moltissimo.

È vero che inizialmente esisteva una gerarchia molto rigida e autoritaria che imponeva una pratica senza musica, senza danza, solo asana in una forma statica e controllata. Io sono cresciuta nella tradizione di Krishnamacharya, ma ho sentito il bisogno di andare oltre e di continuare a studiare in India anche al di fuori di quella scuola. Ho approfondito altre tradizioni importanti come il Tantra, il Bhakti, il Nada Yoga, la danza classica indiana, il Kalarippayattu e l’Ayurveda, per avere una visione più autentica e olistica dello yoga.

Da questo percorso è nato, passo dopo passo, il sistema Prana Vinyasa, che concepisco come una meditazione in movimento per rigenerare la vita e raggiungere la realizzazione di sé. Ogni cellula del nostro corpo pulsa, e viviamo in un universo dinamico in cui la musica e la danza sono le forme più antiche di yoga, strumenti potenti per trasformare lo stress e incarnare stati di flusso individuale e collettivo.

Amo profondamente i festival e mi considero una pellegrina globale, sempre in viaggio tra alcuni dei festival tradizionali più importanti al mondo. Non ho mai trovato difficoltà nel portare Prana Flow nei festival, se non per il fatto che ci sono tantissime attività in programma e a volte devo bilanciare la mia pratica con tutto il resto che accade intorno. In alcuni casi, invece di far vivere ai partecipanti tutta la potenza estatica di ciò che posso offrire – che da sola basterebbe a portarli in uno stato di pura beatitudine – mi concentro più sul sostenerli nel mantenere la loro energia durante l’evento. Ho capito che è mio compito aiutare le persone a trovare un equilibrio, evitando che si esauriscano completamente in una sola sessione
“.


3) ⁠La musica è un elemento chiave in molti dei tuoi eventi. Come scegli il sound giusto per accompagnare la pratica?


“Amo il potere della musica e mi piace portare nella pratica un paesaggio sonoro globale, in modo che possiamo sentire il ritmo e l’energia provenienti da tutto il mondo. È una passione che mi accompagna da sempre.

Prima di ogni lezione ascolto e osservo attentamente l’ambiente, per adattare la musica in base al meteo, all’energia del momento e all’atmosfera generale. Sono molto attenta a includere musica radicata nelle tradizioni, con una forte componente di basso, perché aiuta a connetterci con il nostro battito collettivo.

Amo anche collaborare con musicisti dal vivo, ad esempio lavorare con Ritmoteca è stato incredibile l’anno scorso. Spero davvero di poter collaborare di nuovo con loro in futuro”.


4) ⁠Lo yoga è spesso considerato una disciplina individuale. Nei festival, però, diventa un’esperienza collettiva. Come cambia l’intensità della pratica quando viene condivisa con centinaia o migliaia di persone?


Studiando il potere dei festival nella storia dell’umanità, credo che siamo naturalmente attratti da questi eventi perché amplificano la nostra energia personale e la nostra capacità di amare. Per questo, uno dei momenti che preferisco in assoluto è sentire quella connessione profonda quando tutti ci muoviamo e respiriamo insieme.

Proprio per questo motivo mi piace lavorare con strumenti ritmici reali, come i bastoni da ritmo. Studio una forma antica di percussione da tempio del Kerala, nel sud-est dell’India, chiamata Chenda, che viene suonata a volte da 250 percussionisti contemporaneamente, per tre ore di fila, all’interno dello spazio sacro del tempio.

Questa esperienza ha espanso la mia energia e il mio modo di vivere il suono e il movimento. Amo riportare questa intensità alle persone, con la sicurezza di essere sia parte di una cultura tradizionale, sia di un’evoluzione che ci riporta alle nostre radici più profonde
“.


5)⁠ ⁠Nei festival come Kalemana, le persone arrivano con aspettative diverse: c’è chi cerca introspezione, chi vuole sperimentare e chi semplicemente vuole divertirsi. Qual è il tuo consiglio per chi vuole vivere al massimo questa esperienza?


Amo profondamente il fatto che Kalemana offra un’esperienza completa, un festival che unisce yoga, benessere e arti. Mi piace anche il modo in cui integra sia le arti lunari e la meditazione, sia forme più estatiche e una pratica Vinyasa completa.

Credo che sia estremamente positivo, a tutti i livelli del nostro essere, sperimentare nuovi modi per entrare nel flow e trovare equilibrio. Per questo, il mio consiglio è di lasciarsi guidare da un vero e proprio viaggio: iniziare la giornata aprendosi all’esperienza, seguirne il ritmo fino alla sera e riposarsi quando necessario, ma anche lasciarsi sorprendere. Esplorate senza troppe aspettative e permettetevi di essere stupiti e ispirati da nuove esperienze, senza dimenticare di approfondire anche quelle pratiche e quei percorsi che già amate
“.


6) ⁠Hai partecipato a molti festival in tutto il mondo e questa sarà la tua terza volta a Kalemana. Cosa lo rende così speciale per te?


“Ogni giorno cerco di coltivare il potere dell’amore e la connessione con il respiro, quel respiro che ci anima tutti. È straordinario pensare che ci vengono donati 26.000 respiri ogni giorno, e quando sperimentiamo il flusso completo anche di un solo respiro, sentiamo nel corpo tutta la magia e la presenza della vita. Non è qualcosa di lontano, è qui, ora, con noi.

A Kalemana esploreremo proprio questa forza vitale e alzeremo insieme la vibrazione, non solo per noi stessi, ma per tutti. Non vedo l’ora di muovermi e respirare con voi, continuando a praticare insieme con radici solide e un cuore aperto
“.


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