Tribe #12: a tu per tu con Valerio Rosso

1. Ciao Valerio innanzitutto grazie per aver accettato il nostro invito. Partirei subito con una domanda riguardo cosa si intende per Lifestyle Medicine. È un termine che probabilmente tante persone ancora non conoscono. Se dovessi spiegarlo in modo semplice ai nostri lettori come lo definiresti?

La Lifestyle Medicine, detta in modo molto semplice, è l’idea, supportata da una mole enorme di dati scientifici, che una parte rilevante della nostra salute, fisica e mentale, non dipenda tanto da esami sofisticati o da farmaci miracolosi, ma da come viviamo ogni giorno. Parliamo di alimentazione, attività fisica, sonno, gestione dello stress, relazioni, ambiente in cui siamo immersi, abitudini che rinforziamo senza accorgercene. Non come consigli generici o moralistici, ma come veri e propri interventi terapeutici, misurabili e riproducibili, al pari di una terapia farmacologica. La differenza rispetto al classico “stile di vita sano” è che qui non si tratta di fare i bravi o di seguire regolette. Si tratta di capire cosa, nel concreto, sposta davvero il rischio di malattia, rallenta o accelera i processi degenerativi, migliora la qualità e l’aspettativa di vita. E soprattutto di aiutare le persone a cambiare in modo realistico, graduale, sostenibile, senza colpevolizzazioni. Il CAMBIAMENTO e la capacità di CAMBIARE è il vero cuore della Lifestyle Medicine. Ecco perché è di pertinenza medica e psicologica, assieme.  In fondo la Lifestyle Medicine ribalta una prospettiva: non si occupa solo di curare quando qualcosa si rompe, ma di creare le condizioni perché quel qualcosa si rompa il meno possibile. E oggi, con le conoscenze che abbiamo, ignorare questo aspetto non ha alcun senso. Ah, tra parentesi “Lifestyle Medicine” è anche il titolo del mio ultimo libro edito da Mondadori in uscita questo Gennaio 2026, non perdetelo! 🙂

2. Parliamo di salute mentale: dal tuo osservatorio clinico, quali sono i comportamenti quotidiani che incidono di più sulla salute mentale nel lungo periodo?

Quelli che magari vedi ripetersi in modo ricorrente nei tuoi pazienti.

La prima grande area è quella delle dipendenze, spesso invisibili o socialmente accettate: cibo usato come regolatore emotivo, smartphone e social come anestetico della noia o dell’ansia, nicotina, alcol, ma anche lavoro, performance, ipercontrollo. Non sempre parliamo di dipendenze conclamate, ma di comportamenti compensatori continui che impediscono alle persone di stare davvero a contatto con i propri stati interni. E questo, alla lunga, presenta il conto. La seconda è l’assenza cronica di attività fisica. Non parlo di sport “olimpionico” o di palestra sette giorni su sette, ma del fatto che molti corpi sono semplicemente fermi. Un sistema nervoso progettato per muoversi, che resta immobile, diventa più ansioso, più irritabile, più fragile sul piano dell’umore. Prendersi cura del corpo è uno dei modi migliori per prendersi cura del cervello. La terza, forse la più sottovalutata, è l’assenza totale di spazi di decompressione mentale. La nostra è la Società dell’eccesso di pensiero. Non c’è tempo per il silenzio, per la noia sana, per una forma minima di meditazione o di attenzione consapevole. Le persone passano da uno stimolo all’altro senza mai “atterrare”. E senza atterraggio non c’è regolazione interna. Quello che vedo in ambulatorio, molto spesso, è questo: istemi nervosi sovraccarichi, iperstimolati, sedati male e mossi troppo poco sul piano fisico. La buona notizia è che sono aree su cui si può intervenire davvero e con successo. La cattiva notizia è che richiedono cambiamenti profondi, non scorciatoie. Nel mio libro Lifestyle Medicine parliamo anche di questo.

3. Alimentazione, sonno, movimento, relazioni, gestione dello stress.

Facciamo un gioco: se fossi costretto a mettere questi elementi in ordine di priorità per la nostra salute, come li andresti a disporre e perché?

Questo è un gioco interessante, ma anche un po’ crudele, perché nella realtà questi fattori non funzionano in fila indiana: sono un sistema interconnesso. Detto questo, se fossi davvero costretto a forzare una classifica, partirei da un presupposto chiave: l’unica cosa che possediamo davvero e che domina il gioco della nostra esistenza è questo meraviglioso corpo che la natura ci ha dato. Al primo posto, quindi, metterei il movimento. Perché il corpo è la porta d’ingresso più diretta al sistema nervoso. Muoversi regolarmente significa modulare l’umore, ridurre l’ansia, migliorare il sonno, aumentare la resilienza allo stress. In clinica lo vedo continuamente: quando una persona ricomincia a muoversi, anche in modo semplice e non eroico, qualcosa inizia a sbloccarsi quasi sempre. Subito dopo metterei il sonno. Il movimento, se c’è, lo migliora; se manca, lo sabota. Dormire bene non è un lusso, è una funzione biologica essenziale. Senza sonno il cervello perde flessibilità, la regolazione emotiva salta e ogni scelta diventa più faticosa.

Al terzo posto l’alimentazione, intesa non come dieta perfetta ma come stabilità. Regolarità dei pasti, rapporto meno conflittuale con il cibo, riduzione dell’alimentazione compensatoria, diminuzione dell’introito calorico al di la dello schema nutrizionale che si preferisce seguire (e se capita approfondite il concetto di digiuno intermittente 16/8). Poi la gestione dello stress. Non solo come capacità di creare spazi di pausa, di silenzio, di attenzione consapevole ma cercando anche di seguire il concetto di CAMBIAMENTO RADICALE, ovvero cambiare tutto il possibile per diminuire la necessità di comportamenti compensatori. Infine le relazioni. E anche qui vale la stessa provocazione che ho portato all’inizio: relazioni sane richiedono un sistema nervoso sufficientemente regolato. Quando siamo stanchi, sedentari, disregolati e in allarme, anche le relazioni diventano più difficili, più conflittuali, più fragili. Allo stesso modo relazioni solide portano regolazione e sollievo.  Il messaggio però resta questo: non esiste un ordine valido per tutti. Esiste l’ordine giusto per quella persona, in quel momento della vita. E il lavoro vero non è sapere cosa viene prima, ma riuscire a iniziare da qualche parte e restarci abbastanza a lungo da vedere un cambiamento reale.

4. Ho la sensazione che al giorno d’oggi molte persone cerchino soluzioni complesse a problemi semplici. Mille ricerche online, metodi miracolosi, diete all’avanguardia dell’ultima ora.

Nella tua esperienza, qual è il cambiamento più sottovalutato che può avere però un impatto enorme sulla qualità della vita?

Sì, questa sensazione ce l’ho anch’io, molto forte. E dal mio osservatorio clinico posso dirti che non è solo una sensazione: è proprio quello che sta succedendo. Viviamo in un’epoca in cui la complessità tecnologica viene scambiata per efficacia, e in cui si cercano soluzioni sofisticatissime a problemi che, nella maggior parte dei casi, sono drammaticamente semplici.

Vedo persone che arrivano con cartelle piene di esami ultra-raffinati, pannelli ormonali ripetuti, test genetici interpretati in modo creativo, dispositivi di biohacking che promettono longevità e performance. Tutte cose affascinanti, per carità. Ma spesso completamente scollegate da ciò che davvero sposta la salute, nel mondo reale. Dal cosiddetto 20/80. Molte di queste pratiche non sono validate, o lo sono pochissimo, e servono più a dare l’illusione di controllo che a produrre un beneficio concreto. Il cambiamento più sottovalutato, invece, è brutalmente semplice. Anzi, sono cinque cose noiose, poco sexy, che non fanno marketing ma funzionano dalla notte dei tempi.

Smettere di fumare. Non ridurre, non “solo nel weekend”: smettere. È probabilmente l’intervento singolo con il più alto impatto sulla salute mentale e fisica nel lungo periodo. Smettere di bere alcol. Anche qui, so che è impopolare dirlo, ma l’alcol resta una sostanza tossica per il cervello e per il corpo. Molti disturbi dell’umore e del sonno migliorano semplicemente togliendolo. Mangiare meno. Non meglio, prima ancora: meno. Ridurre le quantità, uscire dalla sovralimentazione cronica e dall’alimentazione compensatoria è un atto terapeutico potentissimo, soprattutto sul metabolismo e sull’infiammazione. Altro punto è mangiare cibo semplice e naturale, prevalentemente vegetale, con proteine adeguate. Non superfood esotici, non polverine miracolose. Cibo vero, riconoscibile. E muoversi ogni giorno. Non “allenarsi quando si ha voglia”, ma muovere il corpo come igiene di base, come ci si lava i denti. Queste cinque cose, prese insieme, fanno infinitamente di più di qualunque tecnologia indossabile, di qualunque esame di nicchia, di mille integratori o di qualunque protocollo di biohacking alla moda. Il problema è che non sono vendibili come novità rivoluzionarie, richiedono responsabilità personale e capacità di cambiamento. Ma se guardiamo i dati, non le mode, la vera rivoluzione è tutta lì.

5. Viviamo in una società iper-stimolata, veloce, performativa.

Quanto questo stile di vita è compatibile con il funzionamento biologico del nostro cervello e del nostro corpo? E cosa consigli di fare in alternativa per migliorare la nostra salute?

Qui secondo me è importante smontare una narrazione un po’ ingenua: l’idea che viviamo in un’epoca “comoda”, sicura, tutta rose e fiori. È vero, non dobbiamo più scappare dalla tigre dai denti a sciabola. Ma questo non significa affatto che siamo adattati bene al mondo in cui viviamo oggi. Anzi, sotto molti aspetti è l’opposto. Il nostro cervello e il nostro corpo si sono evoluti in ambienti lenti, prevedibili, con stimoli intermittenti, pericoli acuti e recuperi lunghi. Oggi invece viviamo immersi in un ambiente iperstimolato, continuo, artificiale, in cui l’allarme non si spegne mai davvero. Notifiche, urgenze, confronto sociale costante, pressione alla performance, assenza di confini tra lavoro e riposo. Non c’è la tigre, ma c’è una tensione di fondo cronica. Ed è proprio questa a generare gran parte della sofferenza moderna, che è prevalentemente mentale.

Ansia, insonnia, irritabilità, depressione, dipendenze, burnout non sono segni di fragilità individuale. Sono spesso segnali di disadattamento a un ambiente che chiede troppo, troppo in fretta, troppo a lungo. Un ambiente, diciamolo, profondamente innaturale rispetto al nostro funzionamento biologico. Cosa fare in alternativa? Non si tratta di scappare nei boschi o rifiutare la modernità. Si tratta di reintrodurre intenzionalmente ciò che l’ambiente ha tolto: ritmo, pause, corpo, relazioni reali, silenzio. Movimento quotidiano, sonno protetto, esposizione alla luce naturale, riduzione dello stimolo digitale, spazi di attenzione consapevole. E soprattutto smettere di interpretare il malessere come un difetto personale, iniziando a leggerlo come un segnale.

La vera sfida di oggi non è sopravvivere ai predatori, ma proteggere il sistema nervoso in un mondo che lo sovraccarica di continuo. E questo, piaccia o no, è diventato un tema centrale di salute pubblica, non un vezzo da persone stressate.

6. Infine ci piacerebbe poter dare qualche piccola anticipazione ai partecipanti al Kalemana Retreat su ciò che faranno insieme a te. Puoi darci un piccolo spoiler? Cosa possono aspettarsi da questa esperienza?

Posso dare uno spoiler, certamente: al Kalemana Retreat parleremo di cambiamento. Non in senso motivazionale, non nel classico “basta volerlo”, ma di come il cambiamento avviene davvero negli esseri umani, specialmente quando riguarda lo stile di vita, le abitudini, il modo in cui ci regoliamo ogni giorno. Lavoreremo su come si cambia in modo efficace e sostenibile, evitando gli errori più comuni: partire troppo forte, voler cambiare tutto insieme, affidarsi alla forza di volontà o a decine di regole rigide che durano poco. Vedremo cosa dice la scienza del comportamento su come si costruiscono nuove abitudini, come si gestiscono le ricadute, come si crea continuità senza vivere il cambiamento come una punizione. Se devo riassumerlo in una singola frase: non prometterò trasformazioni miracolose, ma cercherò di fornire strumenti concreti per iniziare a cambiare davvero.

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