1. Ciao Nicoletta grazie per essere qui in questa nuova edizione di Tribe, io direi di partire proprio dall’inizio chiedendoti da dove nasce la tua passione per il mental coaching? C’è stata qualche esperienza particolare a spingerti in questa direzione?
“Più o meno 25 anni fa il mio ex marito mi ha portato a un corso di formazione sul raggiungimento degli obiettivi, dove ho scoperto la figura del mental coach.
Me ne sono follemente innamorata!
Da quel momento ho iniziato una serie di percorsi personali per lavorare prima di tutto su di me.
Da lì a circa un anno dopo ho iniziato a formarmi per poter diventare poi mental coach”.
2. Alleni la mente di chi spesso si gioca tutto in pochi secondi. Cosa hai imparato sulla gestione della pressione lavorando con atleti d’élite?
“Quello che ho imparato da tutti gli atleti e professionisti che seguo da tanti anni è che dipende tutto da noi e da come utilizziamo la nostra mente.
Perché sia che sia una pressione che ci facciamo noi da soli, o magari la pressione che ci arriva dall’esterno e che noi facciamo nostra è sempre qualcosa che dipende da noi e dal significato che diamo alle cose.
La bella notizia è che possiamo imparare a gestire tutto questo per evitare di trovarci in gara con una pressione che non ci permette di esprimere tutto il nostro potenziale.
C’è bisogno di lavorarci ma è possibile”.
3. Qual è il gap più comune che vedi tra chi conosce cosa dovrebbe fare per migliorare e chi riesce davvero a farlo? Cosa separa persone comuni da chi riesce a ottenere risultati straordinari?
“A questa domanda vorrei rispondere come rispondo a tutte le persone che mi chiedono quali sono le caratteristiche comuni delle persone di successo o dei grandi campioni.
E la mia risposta è sempre che la caratteristiche sono due:
1. Le persone di successo sono tutte dei grandi visionari, vedono prima l’obiettivo che vorrebbero raggiungere.
Lo sentono forte, sentono le emozioni, lo immaginano costantemente.
2. E poi sono disposti a fare ciò che gli altri non sono disposti a fare.
Questo è qualcosa che io verifico subito con le persone che seguo.
Nel coaching si danno tanti compiti a casa e quelli che questi compiti non li fanno, è molto probabile che non porteranno a casa i risultati”.
4. Kalemana è un Festival dove le persone si spogliano delle etichette. Tu lavori con chi spesso è definito solo per il suo “risultato”: come si costruisce un’identità che va oltre la performance?
“Questo è un tema che mi sta molto a cuore perché sono convinta di una cosa: noi non siamo le nostre performance.
Non siamo i nostri risultati, siamo molto di più.
Si tratta di uno dei lavori più importanti che faccio con le persone che seguo. Il problema è che quando ci si identifica con i propri risultati, si pone un’eccessiva pressione proprio su questi ultimi.
Il rischio è che poi non si è in grado di esprimersi al meglio, liberamente, completamente…andando a compromettere anche quelle stesse performance.
Il lavoro che faccio è proprio far comprendere che siamo molto di più di una performance”.
5. C’è una convinzione comune che incontri spesso nei tuoi percorsi, qualche falsa credenza o mito che puntualmente ti ritrovi a ribaltare?
“In assoluto sulla quale mi trovo quasi costantemente a lavorare è la credenza che i nostri risultati dipendano dall’esterno.
Questo è quello che porta le persone a mettersi automaticamente in “scacco matto” perché cedono il proprio potere personale all’esterno.
La prima cosa che cerco di trasmettere è che bisogna cercare di ottenere i risultati che vogliamo nonostante le condizioni esterne.
L’esterno ha di sicuro un’influenza su di noi, ma sta sempre a noi scegliere se lasciarci condizionare o meno. Possiamo sempre scegliere di andare avanti verso i nostri obiettivi a prescindere da tutto”.
6. Parlando alle persone che leggeranno questa edizione di Tribe, vorrei dare loro qualche consiglio pratico. C’è una pratica semplice, concreta, che possiamo iniziare a usare ogni giorno per allenare la nostra mente?
“Uno degli esercizi più potenti che faccio fare a tutte le persone che seguo per allenare lo stato di flow, lo stato della massima concentrazione, quello stato in cui siamo al 100% del nostro potenziale è questo:
Scegli durante la tua giornata un momento in cui portare tutta la tua attenzione a ciò che stai facendo.
Può essere un tratto di strada che fai tutti i giorni, il tuo pranzo, una conversazione con qualcuno.
Porta completamente lì la tua attenzione.
E tutte le volte che ti accorgi che la tua mente vaga da qualche altra parte, perché magari entra un pensiero, riporta la mente a ciò che stai facendo.
All’inizio potrebbe risultare un po’ difficile ma, con il tempo, questo esercizio ci porta a riuscire a stare nello stato di flow in modo consapevole il più a lungo possibile”.
7. Concludiamo con un messaggio per la Tribe di Kalemana: se potessi lasciare un pensiero semplice ma potente a chi leggerà questa intervista, quale sarebbe?
“Ricordiamoci tutti che siamo molto di più di quello che immaginiamo.
Abbiamo tutti un grande potenziale inespresso e siamo noi che abbiamo il potere di scegliere i nostri pensieri.
I nostri pensieri creano la nostra realtà.
Per cui, cerchiamo di avere pensieri che siano costruttivi, positivi, potenti”.

