1. Ciao Gennaro e grazie per essere qui nella nuova edizione di Tribe. La prima domanda che vorrei farti è se ti va di raccontarci com’è nata la tua passione per la psicologia? In che momento hai capito che volevi dedicarti al benessere mentale delle persone?
“Grazie a voi per l’invito. La mia passione per la psicologia è qualcosa che mi porto dentro da sempre, anche prima di rendermene conto. Un episodio che ricordo con chiarezza risale ai dodici anni, durante un campo-scuola: un docente aveva organizzato uno spettacolo di ipnosi da palco e io mi offrii come volontario.
Restai affascinato da quel potere sulla mente, cominciai a fare domande, ad indagare, a non capire esattamente cosa fosse “vera ipnosi” e cosa fosse show. Anche se alcune cose erano confuse o mal spiegate, fu proprio quell’esperienza a farmi innamorare delle possibilità dell’essere umano.
Allo stesso tempo, praticavo arti marziali, e i miei maestri mi portarono a familiarizzare con visualizzazioni, meditazione zen e introspezione: elementi che mi hanno aiutato a sviluppare una sensibilità rispetto al corpo, alla mente, al movimento interiore.
A scuola non andavo benissimo, e ho frequentato un istituto tecnico-ragioneria. All’epoca credevo che avrei fatto un lavoro “tradizionale”, ma già nel terzo anno mi interessai al marketing, al modo in cui i colori, le ambientazioni, le parole influenzano le scelte delle persone. Inconsciamente, stavo già studiando psicologia applicata.
Finita la scuola superiore fu naturale scegliere Psicologia: mi trasferii a Padova, che aveva una delle migliori facoltà in quel periodo, e questo spostamento segnò anche una scelta di vita.
Poi, durante il percorso, il mio interesse si fece sempre più specifico: decisi di seguire la scuola di psicoterapia ipnotica ispirata al lavoro di Milton Erickson, convinto che fosse la strada per operare il cambiamento. Dopo la scuola, ho lavorato come terapeuta a tempo pieno per circa quindici anni. Oggi qualche paziente storico resta con me, ma gran parte del mio impegno è dedicato alla formazione e alla divulgazione”.
2. Entriamo nel vivo dell’argomento di questa nuova Tribe. Ultimamente si sente sempre più spesso parlare del potere della gratitudine, esiste un legame diretto tra gratitudine e salute mentale? Ci puoi spiegare qual è e in che modo influisce sulla nostra vita?
“Sì, assolutamente, il legame esiste ed è molto potente. La gratitudine ha la capacità di resettare il meccanismo per cui la mente vuole sempre di più: l’adattamento.
In pratica, quando otteniamo qualcosa di nuovo, un acquisto, un riconoscimento, una situazione appagante, la nostra mente si abitua, e quel “nuovo” smette presto di risultarci soddisfacente, spingendoci a cercare di più.
Questo si chiama tappeto edonico. La gratitudine fa esattamente il contrario: ci aiuta a restare consapevoli del valore di ciò che già possediamo, del percorso fatto, delle relazioni, delle occasioni. Favorisce il piacere nel presente, non solo l’attesa di qualcosa che verrà.
Questo non significa che dobbiamo smettere di desiderare o ambire: l’ambizione è valida, sana, stimolante. Ma la gratitudine la incornicia, la modera, le dà contesto. In questo modo, desiderare non diventa una frustrazione costante, ma una spinta bene indirizzata.
In sintesi: meno siamo riconoscenti, più rischiamo di restare frustrati, insoddisfatti, in corsa senza mai fermarci. La gratitudine ci ricorda il presente e ci rende più forti e più stabili anche nei nostri obiettivi di crescita”.
3. Cosa consigli di fare per coltivare, a livello generale, la gratitudine nella vita quotidiana? Si parte da un lavoro su se stessi?
“Sì, parte quasi sempre da se stessi, dalla consapevolezza. Ecco qualche suggerimento concreto:
- Tieni un diario della gratitudine, ogni sera, scrivendo tre cose per cui sei grato. Importante: scegli aspetti reali, già accaduti, e dedica qualche riga a spiegare perché sei grato. Questo aiuta la mente a “sentire” e a consolidare l’emozione. Meglio farlo dopo gli eventi della giornata (non solo al mattino con aspettative), perché ciò che scrivi deve avere un fondamento concreto.
- Cerca anche le gratitudini ricevute dagli altri: riflettere su chi è stato grato nei tuoi confronti, o su piccoli gesti gentili ricevuti, amplifica l’effetto. Non solo: spesso ci sprona a restituire gentilezza, a fare qualcosa per gli altri.
- Frequenza e costanza: come ogni esercizio mentale, la gratitudine ha bisogno di tempo per radicarsi. Non bastano pochi giorni: sono le settimane, i mesi, gli anni di pratica che rendono il cambiamento stabile”.
4. Viviamo in un mondo che corre sempre più veloce, in cui la competizione sembra essere sempre all’ordine del giorno. Credi che la gentilezza sia sottovalutata nei tempi in cui viviamo? E in che modo può diventare una vera strategia di benessere per noi e gli altri?
“Sì, la gentilezza è molto più sottovalutata di quanto dovrebbe essere, specialmente la gentilezza verso se stessi. Molti pensano che per “funzionare nella vita” serva essere duri, incrollabili, sempre pronti alla sfida. Questo stereotipo, tipo “Rambo moderno”, ha un certo fascino, ma non è l’unica via, anzi spesso è la meno efficace.
Quando impariamo a trattarci con gentilezza (self-kindness), smettiamo di essere troppo rigidi o auto-critici. Questo non significa indulgere, né essere permissivi con sé stessi: significa invece riconoscere che siamo esseri umani con limiti, errori, difficoltà, ma anche desideri e risorse.
La gentilezza, specie nei momenti di stress o fallimento, attiva in noi il circuito dell’“accudimento/cura”, che aiuta a calmare la paura e l’auto giudizio, e favorisce un adattamento più sano.
Dal punto di vista clinico, approcci come la compassion-focused therapy mostrano quanto la gentilezza consapevole (verso sé e verso gli altri) possa essere terapeuticamente efficace.
In sintesi: gentilezza non significa debolezza. Significa potenza aggiunta, perché rende il cammino sostenibile, umano e aperto”.
5. Quali sono gli ostacoli più comuni che incontri quando cerchi di aiutare le persone a coltivare qualità come gratitudine, gentilezza, autostima nella loro vita quotidiana?
“Ci sono almeno due ostacoli ricorrenti:
Il pregiudizio della durezza come unica forza Molti credono che bisogna essere inflessibili, severi con sé stessi per raggiungere obiettivi ambiziosi. Penso che questo sia un fraintendimento. In realtà, uno stile gentile e compassionevole è spesso più efficace nel lungo termine, perché favorisce la motivazione, la resilienza e la collaborazione, non solo con gli altri, ma con sé stessi.
La difficoltà ad accettare il dolore Quando stiamo soffrendo, tendiamo a punirci mentalmente, colpevolizzarci, spingerci oltre senza pause. Spesso questa modalità peggiora la situazione: amplifica lo stress, aumenta la sensazione di fallimento, allontana la persona dal desiderio di tornare a tentare. Abituarsi a essere gentili con noi stessi nel dolore, senza evitare l’obiettivo, ma scegliendo il rispetto e la cura anche durante la fatica, rende il cammino più stabile, meno soggetto a ricadute”.
6. Se dovessi consigliare ai nostri lettori una pratica di gratitudine da fare tutti i giorni (anche con un esercizio semplice) quale sarebbe e perché pensi che possa fare la differenza nel nostro benessere psicofisico?
“Ti propongo due pratiche: una quotidiana, semplice, e una di potenziamento.
Pratica quotidiana: ogni sera, scrivi tre cose per le quali sei grato. Possono essere piccole (un sorriso, un buon caffè, una telefonata, un momento di silenzio) o grandi (una buona notizia, un progresso, un rapporto). Ma per ciascuna, prova a spiegare perché sei grato: cosa ti ha dato quel momento, che significato ha avuto nella tua giornata, cosa ti ha permesso di stare un poco meglio.
Pratica di potenziamento: pensa a chi è stato grato nei tuoi confronti, un’amicizia, un gesto di aiuto, una parola bella, un consiglio, un supporto.
Rievoca cosa hai fatto, come hai aiutato, qual è stato l’effetto su di loro, cosa hai imparato. Questo esercizio rafforza la consapevolezza del valore delle nostre azioni, stimola l’empatia, e ci spinge a essere più aperti e disponibili con gli altri.
Entrambe queste pratiche, se ripetute per giorni, settimane, mesi, contribuiscono non solo al benessere mentale, ma anche alla coesione sociale, al senso di scopo, al piacere di vivere con una maggiore presenza”.
7. Guardando indietro e in base alla tua esperienza, hai storie o testimonianze che ti hanno colpito profondamente riguardo al potere trasformativo della gentilezza o della gratitudine in persone comuni?
“Per motivi di riservatezza non racconto casi specifici con nomi e dettagli, ma posso descrivere ciò che ho osservato spesso.
Quando una persona che è sempre stata dura con sé stessa inizia realmente a praticare la gentilezza, accade qualcosa di intimo e sorprendente: all’inizio, non ci crede del tutto. C’è diffidenza, quasi imbarazzo. Ma poi, in un momento qualunque, succede: una situazione in cui prova a trattarsi “meglio del solito”, magari dopo aver sbagliato, e scopre che davvero quella gentilezza attenua il peso del giudizio, rende l’errore meno devastante, apre uno spazio di leggerezza e tolleranza interiore. È come se smettesse di litigare contro se stesso.
Più persistono nella pratica, più notano una trasformazione: meno ansia da prestazione, minor paura di non essere abbastanza; più empatia, più desiderio di fare del bene, non solo per dovere, ma per vera soddisfazione.
Vedo cambiamenti più lenti quando si cerca la perfezione; più rapidi quando si cerca, semplicemente, di essere più umani”.

